Caro popolo, alle urne i populisti non ti vogliono tra i piedi

Per capire la politica a volte servono metafore. Immagini che, rapportando uno schema a una situazione di vita reale, permetta a tutti di visualizzare concretamente il concetto di fondo. Ed è quello che può aiutarci ora.

Immaginiamo di essere in una qualsiasi piazza d’Italia, possibilmente chiusa alle auto, così respiriamo meno smog e possiamo passeggiare tranquilli. In questa piazza ci sono due bar, l’uno in concorrenza con l’altro da sempre, ma che in alcune occasioni hanno saputo fare fronte comune, magari per una festa di quartiere, unendo le loro forze e mettendo a disposizione i loro prodotti, salvo poi tornare a litigare a festa conclusa, quando è ora di tirar le somme e accaparrarsi clienti.

Ora immaginiamo una giornata normale, magari un sabato, quando c’è più gente in giro.

Il bar a Sinistra

Il bar dell’angolo a sinistra ha tantissimi clienti al suo interno, così tanti che a prima vista un passante potrebbe pensare che siano pure troppi rispetto alla capienza massima consentita. Sono stipati in tutti i pizzi e strapuntini del locale, e ognuno sorseggia una bibita differente a seconda del gruppo con cui si è dato appuntamento: al centro ci sono quelli con lo spritz, alla loro sinistra quelli con la birra d’importazione chiara e rigorosamente spillata, da un altro lato il gruppetto con il prosecco e girando lo sguardo si possono scorgere quelli che si mischiano con la folla, ci sono quelli con la birra doppio malto, quelli con la bibita analcolica, quelli con il negroni e un po’ più in là quelli con la vodka, ma alcuni di loro si vergognano di dire che hanno scelto le varianti alla pesca o ai frutti di bosco.

Tutti questi gruppetti sono rumorosi e ognuno di loro cerca di prendere per sé e per gli amici una ciotolina degli stuzzichini, ma il bar non ne ha per tutti. Ecco allora che quelli con lo spritz pretendono di avere quella con i salatini, le patatine e le noccioline tostate perché dicono di essere arrivati per primi, ma quelli con il prosecco rintuzzano dicendo che sebbene siano arrivati per secondi non vogliono essere penalizzati e dunque vogliono che sia diviso tutto a metà, in modo “collegiale”.

Quelli con la birra, invece, osservano da lontano e provano a infilarsi nella diatriba adducendo il fatto di non essere arrivati né primi, né secondi, ma di aver diritto ad avere una parte di stuzzichini perché loro sono i primi, veri frequentatori del bar, anche se hanno deciso di essere altenativi sia agli “spritiziani” che ai “prosecchiani”.

Sornioni osservano, invece, quelli della doppio malto, che non prendono posizione, danno ragione a tutti e per questo hanno meritato almeno una ciotolina di noccioline tostate. Mentre i bevitori di vodka e negroni, numericamente in minoranza e sparpagliati in formazione libera per il locale, iniziano ad alzare la voce facendo infiammare gli animi.

Ci vorrebbe qualcuno che riportasse la calma, ma al bancone non c’è un proprietario, una figura riconosciuta e rispettata, ma un gestore. E tutti i gruppi minori, ogni volta che prova a far la voce grossa o proporre una soluzione, gli ricordano che il locale non è il suo, che il vero padrone è una cordata di popolo e dunque non può arrogarsi il diritto di imporre la sua linea, la sua volontà, ma deve pagare e obbedire alle volontà della clientela. Lui prova pure a ricordare che la cordata di popolo ha concesso a lui la gestione del bar, ma in passato recentissimo è stato richiamato così tante volte dalla cordata per le sue scelte, che ormai ha una credibilità quantomeno stiracchiata agli occhi dei vari gruppi di clienti. Anche del suo stesso personale, che pur se ha scelto personalmente tra una rosa di ragazzi con cui è cresciuto, devono pur sempre pensare al loro futuro e non inimicarsi

Per una porzione di anacardi viene giù il finimondo e le urla arrivano fin fuori la piazza, dove nel frattempo la gente passeggia tra le vetrine dei negozi, ultima qualche acquisto, fa qualche servizio che nella frenesia della settimana non è riuscita a fare e prova a rilassarsi. Ma, si sa, a volte arriva quell’arsura che rende necessaria una sosta al bar, per un buon caffè rigerenerante e un bicchier d’acqua, o un aperitivo. Ma quale scegliere, se nello stesso posto ce ne sono due di locali?

Il bar a destra

Dall’altro lato della piazza, invece, si sente una musica accattivante, l’ultima hit del momento, di quelle che mettono d’accordo diverse generazioni. È alta, ma non fastidiosa, il suo ritmo di porta automaticamente a battere il piede a tempo.

Dentro c’è un signore ben vestito, sorridente e calmo. Si vede subito che è il proprietario, conosce tutti, scherza, stringe mani, elargisce pacche sulle spalle, prende sotto braccio i clienti e racconta storie divertenti e barzellette. Lo amano tutti, soprattutto i suoi “ragazzi”, i camerieri che ogni mese ricevono stipendi, contributi e buste paga. Con cifre discrete per fare una vita tranquilla.

La sua clientela è molto meno frammentata di quella del bar concorrente. A occhio nudo sono visibili solo 3 gruppi compatti, che lui chiama simpaticamente “macroaree”.

Il primo gruppo segue la moda nell’abbigliamento, combina i colori con maestria, ha capelli curati, mani fresche di manicure e sprigiona un profumo gradevole, di quelli costosi. Parla con un tono alto ma con un linguaggio forbito e un po’ snob, ogni tanto qualche parolaccia come rafforzativo durante il racconto, ha problemi col lavoro che sottrae tempo libero, ma le lamentele sono solo contro chi non dà il massimo in ufficio o in azienda. Chi studia, invece, si gode il week end dopo una settimana di corsi, meeting, call conference e training. Qualcuno va in palestra, altri ne avrebbero un gran bisogno, ma l’abito copre anche le imperfezioni.

Ognuno sorseggia un cocktail, qualcuno assaggia lo spritz con Martini o gin, a seconda dei gusti, qualcuno tiene tra indice e medio una sigaretta, altri svapano quella elettronica che fa un gran fumo, simile a quello della discoteca, meta successiva una volta terminato l’happy-hour al bar.

Alla loro destra c’è un altro gruppo, ma di una rozzezza al limite del fastidioso, sebbene anche i suoi componenti vestano con capi firmati, anche se abbinati malissimo tra di loro e indossati peggio, senza alcuna grazia, che mitigano la maleducazione. Hanno tutti un solo accento marcato e bevono vino rosso, quello che assolutamente non va messo in ghiacciaia perché si serve a temperatura ambiente, quindi caldo d’estate e brillante d’inverno. Da veri duri. Infatti ogni 3 parolacce c’è una parola in italiano, e a volte qualche bestemmia o imprecazione contro l’invasione degli stranieri, fossero anche sceicchi arabi.

I toni delle loro voci sono squillanti e marcati, sovrastano quelle dei loro vicini di tavolino, che infastiditi provano a far buon viso a cattivo gioco avvicinandosi gli uni agli altri per parlare, così anche le urla dei “trogloditi” non bloccano le conversazioni.

Peccato, però, che a qualcuno del gruppetto trandy scappi qualche risatina di troppo mentre lo sguardo è visibilmente rivolto ai vichinghi, tanto che qualcuno di loro se ne accorge e lì iniziano i problemi. Non si arriva allo scontro fisico, ma una parte lo vorrebbe e infatti lo provoca, mentre gli “avversari” interni al bar provano a ignorare la richiesta di “menar le mani” e anche chi la pronuncia. Un atteggiamento che ovviamente fa montare la rabbia degli ignorati che iniziano a far volare offese e accuse di scarso “decisionismo”. E ovviamente con un tono alto cosicché tutti, nella piazza, li possano sentire.

Ma c’è un terzo gruppo nel locale, molto più esiguo ai due che provano il confronto muscolare, sebbene ancora fermo nei canoni di una post-civile fase verbale. Bevono italiano, possibilmente vino bianco, bianchissimo della Franciacorta, perché quello importato provoca una sorta di rigetto a palati abituanti solo a una razza di uva. E poco importa da quali mani siano raccolti i chicchi, purché lo preparino per il piacere degli autoctoni.

Il loro tono è imperativo, quando parlano hanno sempre un’aria tronfia e piena di sé. Pretendono il rispetto del rigore e della disciplina, non amano i battibecchi per strada, a meno che non si debba marciare compatti per una giusta causa, contro un nemico comune.

Nell’alterco tra i due gruppi più numerosi difficilmente prendono posizione al primo scambio di battute. Preferiscono aspettare, restare un po’ alla finestra per capire chi prenderà il sopravvento, ma sempre pronti a cambiar bandiera all’occorrenza o a far da pacieri se la situazione non trascende.

Solitamente nel bar a destra della piazza tutti hanno il portavivande con patate chips di giornata, tramezzini, tapas, olive, frittini. È una precisa politica del proprietario del locale, tutti devono avere il loro spazio di benessere, tutti devono sentirsi lord in casa sua, anche se spesso i conti non tornano e quello che manca in cassa ce lo deve mettere di tasca sua. Che poi anche se uno è ricco, mica è detto che debba pagare per tutti. A volte servirebbe un socio con cui dividere le spese.

Guai, però, a fare questo discorso al proprietario del bar a destra della piazza, perché non vi risponderà mai in malo modo, ma vi liquiderà sempre con la sua battuta fulimante: “Fino a quando i soldi ce li metto io, questa è casa mia, il padrone sono io e decido io chi entra e chi esce”. Con questa filosofia per anni ha spento sul nascere i tentativi di rissa nel suo locale. Qualche volta può essere volato qualche ceffone, ma nulla di irrimediabile. Bastava mandar via il direttore di sala del momento e l’immagine di leader e manager di successo tornava a splendere.

Con quei nuovi vichinghi, però, la situazione è più difficile, perché hanno tanta energia e vogliono essere loro a orientare le politiche del bar: magari qualche canzone internazionale in meno e qualche pezzo italiano in più, e meno stranieri così circola una sola moneta nelle casse dell’attività.

Ma, mentre si discute di massimi sistemi, anche dal bar a destra della piazza le voci alte arrivano ai passanti, lasciandoli dubbiosi se entrare o meno.

Il perfido “tripadvisor” senza scrupoli

Ed è in questo dubbio che si infila il marketing senza scrupoli del perfido portale, quello che può sembrare un comodo “Tripadvisor” per avere una rosa ampia di scelte per migliorare la vita dei cittadini, ma che in realtà ha come unico scopo sbaragliare la concorrenza per operare da solo, indisturbato e in maniera calcolata e spietata per il proprio profitto. Perché il concetto di fondo è che non importa se le persone fino ad oggi hanno frequentato il bar alla destra o alla sinistra della piazza, l’importante è che da ora in poi comprino i loro prodotti, anzi il loro servizio, perché il vero guadagno non è nella vendita, ma nell’algoritmo che porta all’acquisto.

Ecco perché la mission aziendale è cercare in tutti i modi (tutti!) di orientare i clienti insoddisfatti del servizio, quelli non ancora serviti per la troppa folla nei bar tradizionali, quelli che non hanno un’idea precisa di cosa ordinare e quelli che hanno una conoscenza molto limitata dei cocktail a servirsi dei loro strumenti. E laddove non possono arrivare a fidelizzare clienti, provano in tutti i modi (tutti!) a scoraggiare indecisi e chi non ha sete a non partecipare alla scelta.

In sostanza, se non possono convincere la maggioranza dei cittadini a diventare loro nuovi clienti, provano quantomeno a toglierne alla concorrenza facendogli capire che è meglio se ne restano fuori da questa competizione; e quantomeno, se proprio non riescono a farne a meno, che lo facciano passando dal loro sito, che ovviamente ne trae un vantaggio enorme, in termini di consenso e di introiti.

Chiunque si lasci attirare dal loro messaggio, semplice ma di impatto devastante, ovvero che non esiste una differenza tra i due locali, ma tutti e due vogliono fregare i clienti piazzando prodotti scadenti dei loro fornitori “amici”, una volta che avrà navigato nel loro portale si ritroverà risucchiato in un vortice da cui è difficile uscire.

Perché a prima vista può sembrare un normalissimo “Tripadvisor”, con recensioni e notizie sui locali, sulle loro pecche e qualche soluzione ammaliante per non farsi “abbindolare” dai gestori. Ma il vero core business sono i commenti, che infatti possono orientare le scelte e condizionare tutta la politica aziendale dei vari esercizi.

Con la scusa che a scrivere le recensioni sono cittadini reali, che quei posti li hanno visti, frequentati, raggirati da pubblicità ingannevoli, ma ne sono rimasti inorridibiti e danneggiati dal cattivo servizio ricevuto, provano a carpire la benevolenza dell’internauta, che in buonafede ci crede anche senza verificare se ci sia o meno una vera e propria certificazione di autenticità di queste recensioni.

Molti utenti, infatti, scientemente non usano i propri nomi e cognomi, ma pseudonimi che servono a mantenere l’anonimato e scrivere ciò che gli pare senza che li possa denunciare per falso e calunnia, in questo modo sono liberi di dire peste e corna di questo o quel locale, in molti casi spaventando i possibili clienti o scatenando in loro una rabbia sopita, facendo leva su eventuali sentimenti di delusione del passato, magari anche un passato recente, orientando le loro scelte.

Perché sarà capitato a tutti, prima o dopo, di essere stati serviti male, di aver ricevuto un’ordinazione sbagliata o di non essere stati mai serviti. Questo può succedere in qualsiasi locale, soprattutto se c’è pienone e il personale non si è rivelato adeguato a soddisfare le richieste della clientela. Non per questo, però, significa che il servizio sia offerto da delinquenti patentati.

Nei commenti del sito, però, c’è molta violenza, offese gratuite, false informazioni sui proprietari, gestori e dipendenti dei vari bar. Un continuo screditamento, che porta inevitabilmente a creare un’immagine negativa del locale o quantomeno un alone di diffidenza verso tutto ciò che non abbia il filtro del portale.

La cosa che stupisce è come i cittadini, ammaliati da questo nuovo servizio, non si rendano conto che i commenti hanno un secondo fine, per nulla nobile. Perché sul portale è possibile acquistare la stessa gamma di prodotti che si trova anche nei bar, acquistati anche dagli stessi fornitori spesso e volentieri, solo che la vendita è esclusivamente online, senza un luogo fisico in cui porterli ordinare e ritirare o semplicemente dove poter trascorrere qualche ora in compagnia di altri utenti del sito, e senza un reale controllo di qualità.

A consegnarli sono i dipendenti del portale, indistintamente, perché l’uno vale l’altro, recita il motto aziendale. Quindi è possibile che a preparare un bloodymary sia un ingegnere aerospaziale che saprebbe mandarti sulla luna ma non ha mai visto uno shaker in vita sua; o una diplomata in ragioneria che crede nelle sirene, ma non ha mai avuto a che fare con un negroni sbagliato. E ancora può accadere che alla porta del cliente bussi uno studente fuoricorso che ci mette una vita a portare l’ordinazione perché non conosce la geografia del quartiere, ma quando scampanella alla porta ha un savoir faire elegante, che supplisce al fatto che in realtà il cliente aveva ordinato martini con ghiaccio e olivette, mentre lui si è presentato con un’aranciata amara. Chiede scusa, dice di non aver letto o capito la mail di ordinazione e prega comunque di bersela.

Ma questo capita solo ai clienti che abitano in centro, quelli delle periferie sono costretti ad avere fattorini occasionali e totalmente inesperti.

Morale della favola: la credibilità della politica si gioca su un terreno disastrato e pieno di buche, perché ormai i giocatori non fanno a gara ad essere più preparati degli avversari, ma a chi scredita di più l’altro. Risultato: la politica si allontana dalla maggioranza delle persone e a contendersi i potere sono manipoli di truppe cammellate, più o meno militarizzate, che sperano di raccogliere le briciole dal tavolo. Astensionismo, disgusto e violenza sono figlie di questo gioco a perdere.

Chi saprà invertire la rotta e riporterà la competizione a livelli di civiltà, facendo a gara a chi è più preparato (ma con umiltà e senso comune del bene), non tra 1, 2 o 3 anni, ma forse tra 10, avrà reso il miglior servigio della sua esistenza al suo Paese.

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