Legge elettorale, famo a capisse: ecco chi ha tradito gli italiani

Può un emendamento sui seggi del Trentino far saltare una legge che serve al funzionamento delle istituzioni? In Italia pare proprio di sì. Però, famo a capisse, come si dice a Roma.

  1. A “tradire” il patto a 4 tra Pd-M5S-Fi-Lega sono stati soprattutto i deputati del Movimento 5 Stelle, perché meno di 10 del Partito democratico non hanno rispettato gli accordi, ma senza il voto decisivo dei grillini non sarebbe mai passato. Nemmeno sommandoli a quelli di Forza Italia. E per inciso, in commissione Affari costituzionali alla Camera i pentastellati avevano votato no, poi in Aula hanno cambiato idea, una volta annusato l’odore del sangue.
  2. Il Pd ha avuto una reazione decisamente spropositata. Va bene il rispetto dei patti, va bene che l’emendamento colpisce direttamente al cuore i loro storici alleati suditirolesi della Svp. Va bene anche un atto di forza per non farsi mettere i piedi in testa in nome di una ragione “superiore”, ma prendere l’intero impianto della legge elettorale (che comunque non sarebbe cambiata) e fiondarlo nel cestino è una reazione eccessiva, scomposta, controproducente.
  3. Forza Italia sembra non riuscire a tenere a freno i propri parlamentari, se a Micaela Biancofiore, pasionaria berlusconiana, non è stato forse nemmeno chiesto di ritirare l’emendamento. D’accordo, il problema non sarebbe stato risolto alla radice, perché ce n’era un altro che era la fotocopia del suo, ma almeno uno dei contraenti più importanti del “patto” non avrebbe scatenato il casus belli.

Ora, messi in ordine questi tre pilastri, andiamo alle conclusioni.

La legge elettorale non è lo strumento dei partiti per misurare la propria forza sugli avversari. Non lo è per l’opposizione quando la maggioranza è costretta a scendere a patti per portare a casa una norma a cui tiene particolarmente.

E non lo è nemmeno per la maggioranza che, sebbene gabbata dalle minoranze, aveva il dovere di valutare l’impatto che un emendamento del genere avrebbe provocato nella struttura portante della legge.

Perché non l’avrebbe modificata di una virgola, ma soprattutto, con una reazione decisa e indignata, ma sicuramente non scomposta come quella avuta giovedì 8 giugno, avrebbe potuto portare a casa una vittoria ben più sanguinosa per gli avversari. Infatti, avrebbe potuto pretendere (a ragion veduta) di presentare un nuovo emendamento (anche al Senato in seconda lettura) per cancellare quello sui seggi del Trentino.

Immaginate cosa avrebbe significato per il Movimento 5 Stelle doversi rimangiare un proprio colpo gobbo, per di più per una ragione nobile e superiore come il funzionamento delle istituzioni per il bene del Paese. Il Pd avrebbe potuto approntare una campagna mediatica potentissima sulle “reni spezzate” ai grillini. In Parlamento, con strumenti al di sopra di ogni sospetto.

Invece no, i dem hanno deciso di far saltare il patto, scaricando tutte le colpe sul Movimento 5 Stelle e la confusione di Forza Italia. Ma siamo sicuri che questa sia stata la mossa giusta? I sondaggi dicono di no.

L’operazione sarebbe stata fruttuosa qualora i democratici fossero ancora in possesso di una larga fetta di affidabilità/credibilità agli occhi dell’elettorato. Ma l’ultima ricerca di Index Reserch dice che il primo partito è il M5S con il 30,1% di consensi, mentre il Pd si ferma 26,4. Il distacco è troppo ampio per sperare che la maggioranza degli italiani creda alla versione di Renzi e non a quella di Grillo, che con la fine dell’accordo sulla legge elettorale ha ricompattato il suo elettorato e strizzato l’occhio agli scettici del modello tedesco in salsa italiana.

Di contro, i pentastellati si confermano una forza di ampio raggio, ma totalmente inaffidabile al di fuori del proprio bacino di elettori. Oltretutto il 2013 è lontano anni luce, allora riuscirono a prendere voti moderati grazie al fatto di essere “nuovi”, o quantomeno mai testati nelle istituzioni. Dalle scorse elezioni, però, ne è passata tantissima di acqua sotto i ponti, oggi governano due importanti città, Roma e Torino, dove la gestione lascia a desiderare, ma l’unica cosa che li salva è non avere un’opposizione forte a contrastarli, e in Parlamento sono parte del sistema.

Al di là delle previsioni, che possono essere facilmente smentite, la fine rovinosa del “patto” sulla legge elettorale sarà un autogol clamoroso per i due grandi rivali, nessuno dei due potrà vomitare addosso all’altro la colpa, perché ognuno ha la sua, in questa storia.

Tutti bocciati, dunque. Nell’interesse del Paese.

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